IL COMMENTO SERAFICO

Se per i milanisti c’è un motivo di soddisfazione in questa tribolata stagione, è il ritorno di Kakà.

Di Luca Serafini

Sta bene, se non si fanno confronti con il passato è un giocatore fondamentale in questa squadra, sta convincendo anche i più scettici sul suo ritorno e dobbiamo essere sinceri confessando che anche noi pensavamo fosse soltanto una malinconica opportunità di mercato. Pensavamo fosse un ulteriore motivo di disturbo (forse anche di mancanza di fiducia) per El Shaarawy, mai difeso, coccolato, protetto come per esempio accadde a Pato. Quindi capiamo e condividiamo lo stupore di tutti quando hanno letto che Kakà davanti alla difesa poteva essere una soluzione percorribile, un esperimento concreto. Dopo aver sbolognato il migliore del mondo in quel ruolo a 32 anni, dopo 2 stagioni e mezza dalla sua partenza si prova in quella posizione uno che non ci ha mai giocato e per di più è ancora il migliore dei rossoneri in attacco.
Nonostante questi esperimenti si susseguano con sconcertante frequenza dal 2011 (Emanuelson, Constant, Boateng ecc.), nonostante il gioco deprimente e i risultati avvilenti, 
a novembre la necessità primaria è diventata l’esonero dell’amministratore delegato prima che dell’allenatore. Un’altra contraddizione di quest’epoca così lontana da come il Milan aveva abituato nell’ultimo quarto di secolo. Non ci voleva uno scoop per scoprire che Barbara, 30 anni, ambiziosa, vogliosa di apprendere, appassionata dalla sua nuova esperienza, fino a prova contraria proprietaria del club, a un certo punto (diciamo pure da subito) avrebbe avuto piacere di comandare. Sia che davanti a lei ci fosse Galliani, sia che ci fosse qualsiasi altro dirigente più alto in grado. Oggi, dopo che si è vista smontare il giocattolo alla velocità della luce dopo uno scudetto vinto e uno buttato alle ortiche, oggi che ha dovuto subire gli addii delle icone, le cessioni di Ibra e Thiago e ha sopportato gli acquisti che suo padre definisce elegantemente “non adeguati”, è sbottata. Nessuna sorpresa.
Galliani ha una storia di 27 anni alla guida del club e ha vinto come nessun altro al mondo (parliamo di scudetti, Champions e Intercontinentali, non di Coppe Italia, Supercoppe Italiane, Trofei Birra Moretti e persino scudetti recapitati in cartolina), è il miglior dirigente che il calcio italiano abbia espresso negli ultimi 30 anni in materia di gestione, regole, diritti televisivi – sempre condivisi anche da Massimo Moratti che per questo tema voltò improvvisamente le spalle alla Sensi e ai Della Valle – e marketing, come dicono i risultati e non le opinioni. E’ stato l’unico grande assente nei faldoni delle intercettazioni truffaldine di Calciopoli, il che non gli ha impedito di pagare un conto meno salato soltanto rispetto a quello di Luciano Moggi. Con tutti gli errori che può aver commesso nelle ultime stagioni, su temi come acquisti e allenatore da quando i cordoni della borsa sono stati drasticamente stretti, merita rispetto e una rivisitazione storica corretta. Oltre a pretendere una liquidazione di oltre 130 milioni di euro lordi (fonte “Sole 24 ore”). Quindi prima di inventare altri dirigenti, altri presunti maghi, prima di fare in sede quello che viene fatto sul campo da un qualche tempo, altri Galliani che oggi paiono pronti a pagare per gli errori di tutti, Barbara e suo padre scelgano con attenzione e oculatezza i suoi eredi. Con la sua stessa abilità, furbizia, esperienza, intuizione, magari con un pizzico in meno di nepotismo in sede e non solo.
Se non sarà così, per l’erede di Galliani il Milan rischierebbe di fare esperimenti cervellotici tipo Kakà nel ruolo che fu di Pirlo.

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