MONTI: “MILAN-SEEDORF, UNA STORIA D’AMORE”

Clarence è il seduttore assoluto: pregustiamo il nuovo capitolo della saga perché offrirà certamente una narrazione ricca di emozioni

di Andrea Monti,
Editoriale pubblicato nell’edizione del 14 gennaio 2014 de La Gazzetta dello Sport

Morale, cari amici: alla fine l’amore trionfa. Ma non c’è niente di banale nell’intricata vicenda di cuore e di pallone che vi raccontiamo oggi. Quella tra il Milan e Clarence Seedorf va letta proprio come una grande, e mai interrotta, storia d’amore.Un sentimento che all’ironico, asciutto, talentuoso Massimiliano Allegri l’ambiente rossonero non ha mai concesso. Stima semmai e, nei momenti migliori, una venatura d’affetto. Ultimamente, solo impazienza nell’attesa di un addio annunciato. Il conte Max, in fondo, è stato un pretendente forestiero di bell’aspetto. Clarence, al pari del Presidentissimo suo dante causa, è il seduttore assoluto, definitivo. Il diavolo di famiglia. Dunque, pregustiamo il nuovo capitolo della saga perché offrirà certamente una narrazione ricca di emozioni. Oltre che – si augurano i tifosi che pure qualche volta lo beccavano – di successi. Ma il ritorno del gattopardo, felpato come sempre, è soprattutto il prodotto di una geometria politica che avrà notevole influenza sul futuro rossonero.Clarence lo conoscete bene. E’ un tipo sveglissimo, un vincente. Intelligenza mobile, carisma a volontà, sei lingue parlate e scritte, e un’eleganza naturale che in certi ambienti non guasta. Ha una concezione di se stesso adeguata al formidabile palmares, un fascino che Max non poteva sognarsi di esibire: unico uomo a vincere quattro Champions in tre squadre diverse, stabile nell’elenco Fifa dei più grandi giocatori di tutti i tempi, secondo solo a Maldini nelle presenze in competizioni Uefa. Con Pirlo ha costituito una coppia celebrata sul piano internazionale che manco Brad Pitt e Angelina Jolie… Insomma, il leader giovane (38 anni) e determinato che Silvio ama. E siccome stenta a trovarlo in politica, ha iniziato dal calcio. La vera novità dell’investitura è un ritorno al passato: Seedorf, come prima di lui Sacchi e Capello, è vergine di esperienza su grandi panchine. Quindi è un’eccelsa invenzione del capo. La sua designazione segna il ritorno prepotente della famiglia nel meccanismo decisionale della società. E, insieme, la fine dell’era dei casting, delle consultazioni, delle approfondite riflessioni tecniche di cui Leonardo e Allegri erano figli. Sbaglia chi pensa che, dopo la piastrellata di Sassuolo, Barbara abbia scavalcato Galliani violando la grande tregua: tutte due conoscevano l’epilogo, però spettava alla figlia azionista proclamare la scelta inappellabile del padre. In attesa di sapere se Berlusconi ci ha azzeccato ancora una volta, converrà esercitare qualche prudenza. Al netto delle virtù taumaturgiche attribuite al divo Clarence, ricordiamoci che Allegri – panchina d’oro 2009 e vincitore di uno scudetto – non è uno sprovveduto. Il miglior modo per rendergli l’onore delle armi è dire chiaramente che la decisione di smontare la squadra vendendo Ibra e Thiago Silva per sanare i bilanci non fu sua. E che il materiale tecnico a disposizione, non disprezzabile, è certamente eterogeneo e frutto dell’ineguagliabile talento di Galliani come trovarobe a scadenza di contratto. Seedorf avrà tutto il tempo per correggere, amalgamare, rimotivare la squadra. Quest’anno i suoi obiettivi sono, come si dice, piuttosto basici: un campionato tranquillo; una bella prova contro l’Atletico e magari, con un po’ di fortuna, un quarto di Champions; un occhio attento alla Coppa Italia, unica porta certa per l’Europa. Ma per rimanere nell’empireo dei club più blasonati del mondo al Milan serve un progetto strategico di cui non c’è ancora indizio chiaro. Sul fronte del business, certo, ma anche e soprattutto su quello tecnico. Sperare che il Professore, come ha fatto tante volte in campo, risolva la partita con un’intuizione è illusorio. E si risolverebbe con un’imperdonabile palla in tribuna.

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