LUCA SERAFINI: “ABATE, KAKA’, TAARABT IL RIASSUNTO DI UNA NOTTE MALEDETTA

Bisogna chiuderla”, ripete ossessivamente un amico durante il primo tempo di Milan-Atletico Madrid. 

IL COMMENTO SERAFICO di Luca Serafini

Basterebbe aprirla”, replichiamo dopo il palo, la traversa e il miracolo di Courtois. Sconfitta davvero immeritata in Champions, ma c’è il secondo tempo da giocare al “Vicente Calderon”: non è finita, la qualificazione può essere raggiunta mettendo in campo la stessa attenzione, intensità, determinazione e un po’ più di cattiveria in area (oltre alla sfortuna di San Siro da esorcizzare…).

La jellata sfida di mercoledì ci ha dato ragione su un punto chiaro: la discussione tattica diventa predominante quando mancano qualità e atteggiamento positivo. Se il Milan mette in campo le doti caratteriali mostrate contro gli uomini di Simeone, ragiona, sbaglia poco in difesa e pochissimo nell’ultimo passaggio, torna ad essere una buona squadra con alcuni limiti molto conosciuti e che è inutile sottolineare di nuovo. A prescindere dal modulo di gioco. Se il Milan gioca con sufficienza, non mette rabbia né cuore né testa, non lavora per crescere, è una squadra modestissima a prescindere dal modulo di gioco. Punto. La cosa allucinante, impossibile da spiegare sta nel quanto non siano riuscite a crescere negli ultimi 4 anni la capacità difensiva sui calci da fermo, l’organizzazione di gioco cioè l’adattamento a seconda dei momenti della partita (basta ricordare i primi 6-7 minuti di mercoledì) e soprattutto la condizione fisica generale che impone un calo – quasi un crollo – dopo un’ora, nonostante i dati statistici dicano che i rossoneri siano tra i migliori in campionato nel raddrizzare o risolvere le partite negli ultimi minuti. Peraltro è il momento in cui la rabbia nervosa sopprime la stanchezza. Cosa che non è capitata contro l’Atletico probabilmente perché il contraccolpo psicologico della beffa subita all’84’ non ha consentito di riordinare le idee e ripartire.

Clarence Seedorf si è convinto, speriamo, che nel panorama dei centrocampisti a disposizione Poli è un elemento imprescindibile per dinamismo, doti tecniche e capacità di inserimento che Muntari e lo stesso Essien non riescono a garantire mai nemmeno lontanamente. In alcune prestazioni individuali di mercoledì è facilmente individuabile la montagna di contraddizioni che opprimono il lavoro dell’allenatore in questa fase. Abbiati, migliore in campo una settimana fa in campionato, ha una grande colpa prima caratteriale che tecnica: non grida ai compagni appisolati quando vede 2 (due, non uno, due) avversari liberi a un metro da lui su azione da calcio d’angolo. Abate ed Emanuelson, positivi per impegno e peso specifico sulla gara, commettono il primo un’ingenuità consolidata nel repertorio in occasione del gol decisivo, il secondo una serie di errori di valutazione piccoli e grandi ai quali non riesce a dare modifiche migliorative dal giorno del suo arrivo a Milanello. Può darsi non sentano fiducia definitiva intorno a loro, ma la vera domanda è chi ha (o non ha) indicato a questi giocatori i difetti da cancellare e chi ha (o non ha) insegnato loro a progredire in questi anni.

Kakà contro l’Atletico è piaciuto, finalmente è tornato a tirare in porta o poco fuori alla sua maniera, ha corso come un cavallo di razza: si sbaglia continuando a volerlo paragonare a quello che era. La sua condizione è precaria, si vede, forse è destinata a rimanere tale fino alla fine della sua carriera, ma a questo Milan serve Kakà, “questo” Kakà, come l’aria, come il pane. Così come servono il genio e il talento di Taarabt il quale non appena alzerà la testa e scoprirà di giocare a calcio con altri 10 compagni e non a pallone da solo, diventerà un campione. A condizione che qualcuno lo aiuti insistendo, spiegando, insegnando, facendogli capire. Appunto.

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