SONO STATI ANNI INDIMENTICABILI

Il Milan è un’istituzione del calcio aveva dichiarato Simeone alla vigilia. Il Milan ha insegnato calcio fino a ieri, il Milan di Sacchi ha giocato il miglior calcio della storia andando ben oltre la mission dettata dal Presidente Berlusconi: diventare la squadra più forte del mondo. Era il Milan dei tre olandesi e dei diciotto italiani: Giovanni Galli, Mauro Tassotti, Paolo Maldini, Filippo Galli, Billy Costacurta, Franco Baresi, Angelo Colombo, Roberto Donadoni, Carlo Ancelotti, Alberigo Evani… Gli italiani erano la continuità, gli olandesi erano la differenza nelle occasioni che contano.

Quel Milan aveva una personalità e un quoziente intellettivo fuori dal comune. Molti di quei giocatori, oggi sono allenatori, istituzioni del calcio.

Il Milan di Capello era il Milan degli Invincibili, il Milan di Ancelotti viveva delle notti di Champions anche quando in campionato faticava.
Il Milan ha insegnato calcio e non solo: ha promulgato valori, i valori della lealtà sportiva, della correttezza, dell’umiltà. 
Al centro del progetto c’era la persona. L’intelligenza della persona e la funzionalità al gioco erano i parametri con cui si andavano ad acquistare i giocatori. Solo dopo veniva il talento, quello lo si può allenare, come ha sempre sostenuto il Maestro Sacchi: “meglio allenare un piede che una testa”. Era il Milan della programmazione. Lavoro, sacrificio e sudore erano i pilastri su cui si reggevano gli allenamenti a Milanello. Allenamenti contraddistinti da intensità, fatica (tanta fatica), sagacia tattica e un gioco che si doveva sempre imporre, senza tralasciare le distanze in campo. Da Baresi a Van Basten non più di trenta metri, altrimenti si rischiava di perdere qualcosa di essenziale: la squadra. Undici giocatori sempre attivi, con o senza palla.

Tutti concetti e valori estranei a questo Milan, catapultato indietro di venticinque anni dopo Madrid, dopo questa stagione.
Il Milan ha insegnato calcio, ha smesso di insegnare, ha smesso di conoscere.
Il primo gol subito a Madrid è l’esemplificazione più netta del Milan di questa stagione: un compendio di farneticazioni in fase difensiva, di disattenzioni, di non conoscenza, di un atteggiamento tattico non più tollerabile per una società unica per competenza e trofei vinti.
Il fatto che l’errore scatenante l’azione del primo gol sia stato commesso da Essien, acquistato appositamente per questa partita, la dice lunga su questa stagione. E ancora, Abate è sempre protagonista di ingenuità che si ripetono nel tempo e nello spazio, come in occasione del gol dell’andata.
Il primo gol subito dal Milan al minuto tre è un’enciclopedia di quello che non si deve fare in fase difensiva. Il Milan ha insegnato l’allineamento della difesa per anni, oggi continua a non difendere, né a uomo, né a zona. E non è un problema di singoli, ma di collettivo. Il primo difensore dovrebbe essere Balotelli: un ossimoro. Un giocatore fuori squadra, poco disponibile al gioco senza palla, che gioca da fermo, inaffidabile per la maggior parte dei minuti. Tutto il contrario di Diego Costa. Tutto il contrario di Kakà: ancora una volta commovente per abnegazione, spirito, attaccamento alla maglia. Oltre a Kakà si salvano Poli, De Jong, Bonera e Abbiati. Proprio da quest’ultimo provengono le parole più significative: 
“tutti coloro che scenderanno in campo dovranno dimostrare di meritare questa maglia, io per primo”. Abbiati non è la Bibbia del calcio, ma è la storia del Milan e sarà anche il futuro più prossimo.

Per quanto concerne il DNA europeo del Milan, urge constatare come negli ultimi cinque anni il Milan sia stato liquidato agli ottavi dalla regola del 4 in ben tre occasioni: Manchester 2010, Barcellona 2013, Madrid 2014, quando un tempo vinceva le finali 4-0. Nel 1989 vinse addirittura 5-0 a San Siro contro il Real Madrid, nella semifinale di ritorno, e 4-0 nella finale del Camp Nou contro la Steaua Bucarest.

Sono stati anni indimenticabili direbbe Giancarlo Dotto.

La Stanza di Dario

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