CONTRO IL TIQUI TACA E IL SISTEMA CALCIO SPAGNOLO. ELOGIO DELL’ITALIANITA’.

Il disco si è rotto (com’era prevedibile). Dopo essere stato lodato, celebrato, elevato a modello calcistico di riferimento, il tiqui taka ha mostrato il suo lato oscuro: si è rivelato essere un sistema di gioco ottuso. Ottuso, altezzoso e borioso. L’agonia del tiqui taca è durata anche troppo a lungo. A rendere insopportabile l’agonia ci hanno pensato i tantissimi denigratori del calcio italiano, sempre pronti ad elogiare il gioco altrui rinnegando se stessi, il loro passato, la tradizione calcistica italiana. La nazionale italiana di calcio ha vinto quattro mondiali grazie alla difesa, ma chissenefrega, vuoi mettere il tiqui taca?!

Una caterva di passaggi orizzontali, ore e ore di possesso palla, percentuali bulgare a fine partita, ma alla fine vincevano sempre gli altri. Questo in principio fu il tiqui taca. Poi venne Guardiola e il suo Barcellona dei vari Messi, Xavi, Iniesta. Il tiqui taca spagnolo conobbe la sua massima espressione calcistica. L’utopia spagnola divenne realtà: la palla sempre tra i piedi, ragnatele di passaggi, un gioco sviluppato per vie orizzontali, il falso nueve. Ma per quanto avrebbe potuto durare un calcio così miope, così monopolista, così integralista e così massimalista? Sei anni. Sei anni di successi spagnoli che hanno consentito alla Spagna, e al Barcellona, di rifarsi il palmarès. Sono stati anni di superbia del calcio spagnolo (legato mani e piedi al sistema bancario) e di sacrifici per la popolazione.
Gli integralisti spagnoli sono da sempre convinti che il loro sia il fùtbol per eccellenza: che l’unico modo di affrontare l’avversario sia quello di diminuirne le chance e il tempo a disposizione per sviluppare il gioco. Ma la superbia va a cavallo e torna sempre a piedi. Pensare che l’unico modo per vincere le partite sia quello di non fare toccare palla all’avversario è francamente pretestuoso, presuntuoso e idiota. È utopistico pensare di mantenere il monopolio del pallone: si gioca prima di tutto senza palla, la fase di non possesso nel gioco del calcio prevale.
Il tiqui taca non è adattivo, non si adatta al gioco degli avversari, è un’arma a doppio taglio, è una gabbia: la Spagna, come il Barcellona, si è ritrovata ad essere vittima del suo stesso gioco. Apportare varianti al tiqui taca è complicato, non basta aggiungere una punta. Il centravanti come lo intendiamo noi non è nemmeno contemplato: gli spagnoli hanno nel loro dna la concezione che si debba andare in porta con il pallone. Il tiro da fuori è un’extrema ratio, la verticalizzazione è peccato.

In pochi mesi hanno abdicato: il Barcellona, il Re Juan Carlos e la nazionale spagnola.
Il Real Madrid e lo stesso Barcellona rischiano di far fallire la Spagna intera.
Un sistema calcio quello spagnolo che sta sacrificando un’intera nazione: i debiti dei club della Liga hanno raggiunto i 5 miliardi di debiti, 752 milioni nei confronti dell’erario. La Ue ha stanziato valanghe di miliardi di euro per salvare il sistema bancario spagnolo, in compenso le banche spagnole continuano ad avere il vizietto del credito facile nei confronti dei club della Liga: è il caso del gruppo bancario Bankia che ha pensato bene di elargire un’ottantina di milioni di euro al Real Madrid per garantire al club di Florentino Perez, indebitato per più di 600milioni di euro, il rinnovo principesco da 18 milioni di euro a Cristiano Ronaldo. Stesso discorso riguarda il Barcellona finanziato allegramente da Caixa e Santander per consentire a Messi di essere così il più pagato del mondo con i suoi 20 milioni di euro. Succedesse in Italia saremmo tutti pronti ad indignarci, a gridare allo scandalo e a dire: solo in Italia succede. Succede in Spagna dove la disoccupazione giovanile è al 45%.

E per fortuna che il calcio italiano deve solamente imparare dal modello spagnolo.

In attesa dello scontro diretto con la Costa Rica, contro l’Inghilterra è andata in scena l’ennesima dimostrazione di Maestria del calcio italiano. Un calcio che storicamente non ha mai entusiasmato i critici parrucconi sempre pronti ad esaltare le qualità di gioco degli altri: il possesso palla spagnolo, il ritmo inglese, la matrice innovativa del calcio olandese. Il calcio italiano, invece, è definito dai grammatici (dispregiativamente) un calcio di riferimento, perché si basa sul gioco dell’avversario: studiare l’avversario non può essere considerata una debolezza. Pragmatismo, qualità in mezzo al campo e gioco verticale sono gli ingredienti che hanno portato l’Italia a vincere quattro mondiali. La Spagna si è rifatta il palmarès negli ultimi sei anni, l’Olanda non ha vinto un mondiale, l’Inghilterra, così come la Francia, è stata costretta a costruirselo a casa propria per poterlo vincere, e per cercare di rivincerlo si è dovuta affidare ad un allenatore italiano, la personificazione dell’eccellenza: Fabio Capello.
L’Italia è il paese delle eccellenze. Basti pensare alla letteratura, alla lingua italiana, all’arte, alle scoperte in campo scientifico, allo sport, al cibo, ai più disparati settori dell’economia. Primeggiamo. Siamo il più bel paese del mondo, non ci manca proprio niente: mare, pianure, montagne, colline. Abbiamo storia e tradizione.
Vinciamo in tutto.
Ma siamo anche i primi a denigrarci. Avanti così.

La Stanza di Dario

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