LA DISCONTINUITA’ DI CHIAMARSI MARIO

Tecnicamente Mario Balotelli era il leader (indiscusso) di questo Milan, ma a Milanello prima viene la persona e, dispiace dirlo, Balotelli, con i suoi atteggiamenti in campo e comportamenti fuori, ha dimostrato di avere dei limiti strutturali evidenti che ne ridimensionano la qualità.
Esemplificazione più netta del pensiero sacchiano: meglio allenare il piede che la mente.

Un giocatore fuori squadra, poco disponibile al gioco senza palla, inaffidabile per la maggior parte dei minuti: un atteggiamento esiziale non più tollerabile per una società unica per competenze e trofei vinti.
Il Milan è un’istituzione del mondo del pallone: ha insegnato calcio e non solo, ha promulgato valori, i valori della lealtà sportiva, della correttezza, dell’umiltà.
Fino a ieri l’intelligenza e l’affidabilità della persona erano i parametri preponderanti con cui si andavano ad acquistare i giocatori. Poi veniva il talento.

“I talenti dovevano essere funzionali al progetto tecnico. E complementari tra loro: dotati di passione, disciplina, disponibilità, per i compagni, con i compagni, a tutto campo e a tutto tempo.
I pilastri del decalogo sacchiano”.

Balotelli in questo senso ha rappresentato la discontinuità. Netta.

La Stanza di Dario

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